Egli, infatti, si porta addosso, oltre all’abbigliamento e allo zaino supertecnici, un fardello più pesante da cui è difficile liberarsi: la smania di arrivare in cima velocemente, superando sempre maggior dislivello e impiegando meno tempo dei compagni, che si trasformano curiosamente in rivali da battere. Un ghiacciaio tormentato, un torrente in piena, un canalone detritico, una zona acquitrinosa, una parete di roccia, il vento incessante, insomma tutti gli elementi naturali, assumono per lui soltanto il ruolo di fastidiosi ostacoli che rallentano l’ascesa e ne aumentano le difficoltà tecniche, ma anche la bravura nel superarli. Egli, perciò, troppo attento alla frequenza dei battiti del cuore, può forse notare le candide distese dei soffici Eriofori, i luccicanti Botton d’oro che accendono i prati, o sentire il forte odore dell’Aglio selvatico. Ma niente di più.
A chi, invece, si reca in montagna per ascoltarne i suoni e i rumori, per osservarne le forme e i colori, per respirarne gli odori e i profumi, per percepirne il respiro, in un'unica parola, per viverla, l’assenza dei fiori infonderebbe una tristezza angosciante, a cui si aggiungerebbe l’irreparabile rottura dell’intero ciclo vitale montano con conseguenze ambientali catastrofiche.
La popolazione floreale di alta quota è numerosa e ricca di curiose e stupefacenti peculiarità, che si manifestano solamente a chi è capace di accostarsi al terreno per osservare forme di vita spesso minuscole, ma tutt’altro che insignificanti. L’habitat della flora alpina è ostile e severo, secondo la concezione umana di comodità e benessere. In montagna le temperature medie sono basse, l’escursione termica fra giorno e notte è marcata, la neve permane a lungo, il vento soffia intensamente e per molto tempo. A ciò si deve aggiungere il continuo e violento mutamento del terreno dovuto alle pareti rocciose che si sgretolano, ai detriti che si muovono, alle frane e valanghe che devastano i pendii erbosi.
