Ho compiuto il mio primo anno in Svezia. Strana sensazione, prenderne coscienza scrivendolo, uscendo dal torpore della routine quotidiana (ebbe sì, anche qui in agguato) e pensare allo stupore, alla meraviglia che provavo nei miei viaggi precedenti, su e giù tra Italia e Scandinavia. Invidia e desiderio per un mondo diverso, un altro rapporto con la Natura, o semplicemente un posto dove di natura ce n’è tanta che non puoi vederla tutta nemmeno volendo, fatichi persino a concepirla. Il senso di meraviglia non è cambiato, anzi. Gli incontri ravvicinati con l’alce, il frullo del cedrone, lo sguardo della volpe… il chinarsi sulle drosere di palude, la scoperta dei capolini d’orchidea nel sottobosco; sopra a tutto, l’aria tersa che profuma di spazio, le vedute sconfinate dalle proporzioni immense, il senso di rarefazione e di wilderness. Tutte esperienze già vissute, ma che ora hanno un nuovo sapore, quello di casa, il gusto che viene dalla consapevolezza di far parte, in qualche modo, di questa grande rappresentazione. Di nuovo, di inedito, l’avvicendarsi netto delle stagioni, qui ancora integre, vere, riconoscibili: persino le mezze stagioni, qui, sono ancora tutte intere. Il verde estivo è sfolgorante quanto il rosso dell’autunno è ipnotico, surreale. È l’inverno, tuttavia, a fornire le sensazioni più intense, quando la forza stilizzante della neve riduce tutto ad un disegno a carboncino, quando persino il respiro si fa difficile, quando il ghiaccio muta così in fretta da sembrare vivo. Tutto intorno, la foresta e le sue suggestioni… ricordo la prima volta che mi buttai nella taiga lappone, ormai molti anni fa: la sorprendente e inquietante esperienza di affondare in una morbida massa verde, con i tronchi morti ormai spugnosi ed elastici; i giovani virgulti accanto ad essi, tesi nella lenta e silente battaglia per accaparrarsi un posto al sole, destinata a durare più delle vite di molti uomini messe in fila. Una massa soverchiante di forme e prospettive; un tripudio di colori, una babele di dettagli, un’accozzaglia di entità che rendeva difficile isolare un soggetto, distillare un’armonia dal caos. Mi ci volle qualche giorno per cominciare a “vedere” attraverso essa, per decifrarla.
D’improvviso fu come se qualcuno mi avesse levato un velo dagli occhi: ero “entrato” nella taiga, e lei mi aveva accolto. Fotografare la foresta in quanto tale, nella sua interezza e vastità, nel suo disordine strutturato, nella sua ricchezza vitale, è rimasto per me una prova improba, quasi impossibile. È una sfida seducente che mi sono portato fin qui, ora che in pratica ci vivo dentro, un confronto quotidiano che comporta molte frustrazioni e qualche lampo di luce, un’affettuosa tenzone che spero non debba mai finire.
La regione
La Dalarna è situata al centro geografico della Penisola Scandinava. Si rinviene qui la prima wilderness nordica per chi arriva da sud, le prime vere montagne. A portata di mano i due ambienti tipici della natura di queste latitudini: taiga e tundra (sopra il limite degli alberi). Il tutto a 5 ore e mezza d'auto da Stoccolma o da Oslo. Concentrati in una porzione di territorio relativamente ristretta si trovano 4 parchi nazionali e decine di riserve naturali, alcune delle quali sterminate. La regione, detta anche Dalecarlia, vanta inoltre i festeggiamenti folcloristici più caratteristici di Svezia (Midsommar, intorno al 20 giugno).
L'area protetta più nota è Il parco nazionale Fulufjället, la prima area montuosa incontaminata delle Alpi Scandinave salendo verso nord. È un altopiano ondulato largo 15 km e lungo 34, attestato sui mille metri d'altitudine: una spettacolare piattaforma di facile accesso, circondata da versanti a foresta solcati da strette gole.

