Fattore pupillare e PDC
L’equazione [4] ci dice che nelle riprese macro la profondità di campo non è influenzata dalla lunghezza focale dell’obiettivo (NOTA: ricordiamo che l’equazione [4] vale nel caso in cui la distanza di messa a fuoco, D, sia molto inferiore alla distanza iperfocale, H, data da H=F²/(fxδ); nel caso di un 60 macro a f/11, la distanza iperfocale è di 10 m, valore sicuramente molto maggiore delle distanze impiegate in macrofotografia). Ciononostante, ciò è corretto nel campo di applicabilità di quella equazione, ossia nel caso degli obiettivi a schema ottico simmetrico. Se teniamo conto del fattore pupillare, ci accorgiamo che nelle riprese a distanza ravvicinata un tele macro offre, a parità di diaframma e di ingrandimento, più profondità di campo di un obiettivo di 50-60 mm di lunghezza focale, ossia di un obiettivo dotato di schema ottico pressoché simmetrico.
Per il calcolo della PDC nel caso di un obiettivo asimmetrico usiamo la seguente relazione (anch’essa valida per D < H, si veda http://en.wikipedia.org/wiki/Depth_of_field):

L’equazione [5] coincide con la [4] nel caso in cui P = 1. Consideriamo due obiettivi macro Zeiss: il 60/2,8 ed il 100/2,8. Il primo ha uno schema pressoché simmetrico (P = 1), l’altro - da buon teleobiettivo - ha un fattore pupillare minore di 1, e precisamente 0,7. Per R = 1:1 e con apertura f/8, la profondità di campo su formato 24x36 mm risulta pari a 1,1 e 1,3 mm per il 60/2,8 e il 100/2,8, rispettivamente. Dunque, il 100 macro offre, a parità di R, diaframma e dimensione del supporto sensibile (e quindi a parità di δ= 1/30 mm), una maggiore PDC rispetto al 60 macro. La differenza è di appena 0,2 mm. Un valore molto piccolo, ma comunque pari ad una differenza di quasi il 20 %. Il fatto che un obiettivo di maggiore lunghezza focale fornisca una maggiore profondità di campo di uno di focale più corta può suonare strano, ma tale effetto è dovuto all’asimmetria dello schema ottico e non alla sua lunghezza focale.