Partiamo un po’ da lontano, da una constatazione che deve essere – almeno a mio parere – la regola. Un’immagine “valida” (che significa: insolita, creativa, ben eseguita tecnicamente…) va al di la di alcune considerazioni strettamente tecniche che, ahimè molto spesso, paralizzano il pensiero a non pochi fotografi facendo trascorrere notti insonni.
Davanti a una “buona” fotografia, personalmente non mi sono mai chiesto quale fosse il marchio dell’obiettivo, la sua luminosità o se la sua versione fosse l’ultima apparsa sul mercato. Ho ammirato piuttosto la creatività e l’idea del fotografo, la sua abilità nell’eseguire e comporre l’immagine. Questo non significa ovviamente minimizzare del tutto il valore tecnico dell’attrezzatura poiché - soprattutto nella fotografia professionale – è necessario possedere fotocamere e obiettivi di qualità, sia dal punto di vista meccanico che ottico. Occorre equilibrio nella fotografia, come nella vita, e l’equilibrio - si sa - non è facile da raggiungere.
Su tutto questo riflettevo, sfogliando i test MTF di alcuni obiettivi, soprattutto su come varia il fattore nitidezza in rapporto al diaframma impostato.
Ammiravo, ad esempio, la straordinaria nitidezza del Leica Summicron M 28mm f/2, la cui resa permane assolutamente magnifica nei diversi diaframmi: da f/2 a f/11 praticamente allo stesso, elevatissimo, livello!
Questa tuttavia non è affatto la regola; la maggior parte degli obiettivi mostra, infatti, un comportamento marcatamente differente ai diversi valori di apertura. Normalmente la curva del diagramma inizia da un certo livello di nitidezza (non elevatissimo, di norma) al diaframma più aperto, per poi raggiungere il picco massimo ai diaframmi intermedi (f/5.6, f/8) e, in fine, scendere. Le pendenze della curva di qualità possono mostrarsi anche piuttosto “ripide” nel senso che, tra il valore di partenza, quello massimo e quello dell’apertura minima, vi possono essere scarti considerevoli. Un diaframma, quindi, non vale l’altro e non solo in termini di profondità di campo.

