Di tutti gli ambienti naturali, le zone umide hanno maggiormente risentito dell’esteso processo della cosiddetta “valorizzazione” del territorio (bonifiche e sviluppo edilizio-turistico) e, solo in alcuni lembi della nostra penisola, è possibile ancora osservare esempi degli estesi ambienti originari. Poche zone a parte (Delta del Po e zone umide lungo le coste aree adriatiche settentrionali, in Sardegna, Puglia e Toscana), gli stagni, le paludi e le lagune sopravvissute, si trovano spesso incastrate tra i confini periferici dei centri abitati, tra una zona industriale e l’altra.
Si vedano ad esempio i litorali sabbiosi: quanti di questi ambienti si possono ancora definire integri? La maggior parte sono stati snaturati e rese ancor più esili e incerti: città, stabilimenti balneari e alberghieri, industrie, porti, hanno cancellato il graduale, naturale passaggio tra il mondo della terraferma e quello acquatico, alterando - se non cancellando definitivamente - gli arenili sabbiosi marini.
Ad ogni modo, attorno alla ricchissima tavola che ogni ambiente acquatico offre, si raduna uno stuolo di ospiti alati alquanto numeroso e diversificato, ognuno con la sua indole, il suo modo speciale di nutrirsi e di volare. Dagli statuari aironi dallo sguardo freddo e distaccato ai nervosi limicoli, in perenne movimento sulla melma e l’acqua bassa; dalle pazienti albanelle che ispezionano con volo radente le lagune in bassa marea, ai piccoli passeriformi il cui canto aspro e sonoro risuona dal fitto dei canneti. Dai folti stormi di anatre, alle eleganti sterne dal volo sincopato e tagliente.
