Che cosa potrebbero avere in comune i sensori digitali con i pennelli? I pixel e gli alogenuri d’argento, con tempere e acquarelli? Le carte fotosensibili con le tele?
Nulla si direbbe, in primis.
E che cosa divide e accomuna un pittore e un fotografo che hanno scelto la natura come soggetto delle loro opere? In realtà, poco separa le due discipline, se non – appunto – i mezzi espressivi. Le accomuna invece una grande sensibilità e un innato interesse per l’universo naturale.
Ecco perché in questo numero abbandoniamo provvisoriamente la fotografia per dedicare il nostro articolo principale a un pittore (e fotografo) naturalista.
Conosco da tempo Paolo Paolucci. Insieme con lui e altri amici abbiamo percorso per anni i boschi e le macchie assolate dei vicini Colli Euganei, le cave umide, i pendii vulcanici: carichi di obiettivi e treppiedi, borse e pannelli riflettenti. Nulla poteva distrarci dai nostri appuntamenti settimanali con la natura, né la pesante afa estiva né la nebbia fittissima né le rigide temperature invernali.
Negli anni passati, Paolucci ha ritratto con l’obiettivo soprattutto le piante e, tra le piante, le orchidee, suoi soggetti preferiti. In quest’ultima materia è considerato uno dei maggiori esperti del Veneto e ha pubblicato due libri e numerose ricerche scientifiche.
