Sono le 5:45 del mattino.
Il cielo è ancora buio, il termometro misura -9º C. Il teleobiettivo 500mm è già in posizione sul cavalletto. Un ultimo controllo alla sensibilità ISO, autofocus e diaframma, quando ad Ovest scorgo il primo chiarore. Nel frattempo accanto a me ci sono almeno altri trenta fotografi infreddoliti, con gli obiettivi allineati nella stessa direzione. I richiami degli uccelli negli stagni diventano sempre più frequenti.
Improvvisamente migliaia di oche polari prendono il volo e riempiono il cielo ormai arancione con i loro richiami ed il rumore del battito d'ali. Scatto a 1/15sec per poter rendere il movimento degli uccelli contro il profilo delle montagne all'orizzonte. I fotografi sono tutti impegnatissimi: c'è chi inveisce su come finiscano rapidamente i rullini e c'è chi maledice la lentezza della memoria virtuale delle macchine digitali (... la legge di Murphy è uguale per tutti!). Dopo venti - trenta minuti, negli stagni rimane solo qualche gru canadese: le oche polari sono ormai tutte in volo verso i campi coltivati.
Questa è una tipica alba invernale nella riserva di Bosque del Apache, un rifugio faunistico in Nuovo Messico fondato nel 1939 per proteggere dall’estinzione le gru canadesi e altri uccelli acquatici. Da allora il numero di gru svernanti nella riserva è passato da diciassette a circa tredicimila individui. E non dimentichiamo le quarantamila oche polari! Tale imponente presenza di uccelli, il gradevole paesaggio circostante, unitamente alla semplicità logistica di fotografare gli uccelli, fanno di Bosque del Apache una mecca per i fotografi. Il picco della migrazione invernale ha luogo tra la metà di novembre e la metà di dicembre. Ed è in questo periodo che, lo scorso anno, ho deciso di intraprendere un viaggio di nove giorni nel Nuovo Messico.

