D'improvviso due frecce nere passano radenti con un aspro grido. Lassi si blocca: sono i corvi! Attenti, sussurra, silenzio, si scatta solo al mio ordine. Ma non succede nulla per alcuni lunghi, lunghissimi attimi. Falso allarme?
Ma ecco, una macchia enorme, fulva scende improvvisa sulla carcassa, le ali tirate in alto, gli artigli protesi… L'aquila! Meravigliosa, grande, enorme. Mi dimentico di scattare e rimango fermo a rimirarla. Subito dopo arriva un'altra, si guardano, si litigano le beccate. I tessuti del povero alce sono resi duri dal freddo e strappare strisce di carne non è facile, anche per rostri come quelli. Sono sudato per l'emozione, ma anche gelato. Non avevo mai provato un emozione così intensa.
Una delle aquile s'invola, rapida com'era venuta. L'altra si spinge fino al bordo della radura, quasi ad osservare la gola boscosa che da qui si diparte. Poi, le ali si muovono lente, si alza e si tuffa nel vuoto sottostante.
Nel pomeriggio, ancora ghiandaie, ancora cince, e picchi. La luce si attenua. Torneranno le aquile? Non si può dire, afferma Lassi.
Ma loro tornano, davvero. Questa volta non scendono, restano sul ramo alto di un abete, vicine l'una all'altra. Questa è l'ultima scena dello spettacolo fatato: su quel ramo, con la luce che si è fatta fioca, le due aquile si accoppiano, velocemente, con un grido che lacera il silenzio. Poi, insieme, lente e maestose scompaiono nel buio.
E' quasi notte, ormai: ci rivestiamo, mettiamo in ordine il capanno che tanta parte ha avuto in questa giornata memorabile. Poi, la corsa in motoslitta fra gli alberi neri, nell'oscurità che avanza.
Copyright per il testo S. Porreca de Cecco
Copyright per le fotografie L. Rautiainen

